La gazzetta di Don Kenya

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LA LUNGA STRADA DA AMATRICE AD AGONISTA

(di Francesca Toschi)

LA LUNGA STRADA DA AMATRICE AD AGONISTA

La prima domanda che ci dobbiamo porre è: meglio primi tra gli amatori o ultimi tra gli agonisti? Nel significato della risposta a tale questione, infatti, è racchiusa la differenza sostanziale tra il significato di “atleta amatore” e “atleta agonista”.

Chi pratica uno sport, che sia atletica, nuoto, arti marziali, arrampicata, ciclismo e chi più ne ha più ne metta, può farlo a livello amatoriale o a livello agonistico. Ma qual è la differenza? Prima di raccontare la lunga strada da percorrere per arrivare a poter rivestire il ruolo di “atleta agonista”, vorrei fare un po’ di chiarezza, senza entrare troppo nello specifico, tra i due approcci. Per farlo quindi ho individuato alcune variabili che, declinate in maniera differente, determinano la differenza sostanziale tra un amatore e un agonista: 1) lo scopo e gli obiettivi per cui si svolge una specifica attività sportiva e il conseguente approccio più o meno competitivo, 2) il tempo dedicato a tale attività, 3) la tipologia e la programmazione dell’allenamento.

Gli amatori sono dunque quegli sportivi che praticano un’attività per puro diletto e passione, a fini sociali e ricreativi, per ritrovare o mantenere il benessere psico-fisico; queste persone dedicano tendenzialmente all’attività sportiva un tempo limitato (che può variare dalle 2 fino alle 5 volte alla settimana, per quelli più convinti e appassionati), e svolgono allenamenti senza ricercare specifiche prestazioni per le quali sono necessari lavori specifici. Gli atleti agonisti, invece, sono spinti a praticare una certa disciplina, sicuramente per passione, ma anche per raggiungere determinati traguardi e obiettivi e, per farlo, praticano la loro attività sportiva in modo continuativo e sistematico. Questo prevede quindi una programmazione d’allenamento che comporta una certa intensità di sforzo fisico protratto nel tempo, per arrivare sempre al raggiungimento e al superamento, dei propri limiti.

Ancora diverso è l’impegno e la vita di un atleta professionista, ma questa è un’altra storia.

Qual è, dunque, la strada da percorrere per passare da atleta amatoriale ad atleta agonista? Per rispondere a questo quesito posso riportare la mia personale esperienza, nella quale, sono sicura, tanti atleti potranno rivedersi.

Partendo dal fatto che, come la maggior parte delle persone che si avvicinano al running, ho iniziato a correre per caso, nonostante sia figlia d’arte di due atleti, papà mezzofondista azzurro e mamma velocista. Uscivo a correre nel weekend, aumentavo i km, vedevo qualche miglioramento fisico e di resistenza aerobica e partecipavo alle garette dei paesini limitrofi, le cosiddette “tapasciate”, classificandomi anche tra i primi. Fu dopo qualche gara vinta che decisi di approcciarmi alla corsa in un modo diverso: tesseramento FIDAL, coinvolgimento in una società sportiva, visita medica agonistica, attrezzatura tecnica, affiancamento e programmazione da parte del mio (attuale) allenatore. Insomma, “sulla carta” avevo fatto il salto. Ero entrata ufficialmente nel mondo agonistico. Ma è davvero tutto così semplice?

La cosa che molti ignorano è che la vera svolta da fare è quella che riguarda la sfera psicologica-emotiva e l’approccio “mentale” con cui si pratica sport, nel mio caso, con cui si corre.

Per me, il primo passo per diventare agonista è stato quello di riuscire ad affrontare e gestire la fatica, sconosciuta fino ad allora. Da amatrice non mi ero mai cimentata in allenamenti specifici, quali ripetute, medi, fartlek, salite, prove a ritmi sostenuti. Quindi, di fronte a questo “mostro” chiamato “fatica”, che pensi voglia ucciderti ogni volta che lo incontri abbandonando la zona di comfort, mi sono trovata spiazzata. Avevo quasi paura di affrontare alcuni tipi di allenamento, perché chissà se sarei arrivata “viva” alla fine. Ed è lì che è entrato in gioco il mutamento: se volevo portare a casa il risultato dovevo cambiare il mio approccio, affrontare e vincere la fatica. Quando capisci che essa non può ucciderti e che sarai in grado di superarla, poi ti senti invincibile: riesci dunque a gestirla e non averne paura, conoscendola sempre meglio e facendola tua alleata. È grazie a lei se sarai in grado di affrontare tutti gli allenamenti ed essere più prestante per le gare che verranno.

Poi c’è stata la familiarizzazione con la pista di atletica, il che voleva dire fermarsi nei punti esatti alla fine di una ripetuta, mettendo in discussione l’affidabilità dell’orologio GPS, strumento di monitoraggio senza il quale l’atleta amatoriale non corre. Infatti, mentre è noto, tra gli atleti agonisti, che esitono delle differenze sostanziali tra la distanza misurata tramite satellite e quella reale corsa in pista, è impensabile per il “tapascione” fermarsi dopo una distanza “imprecisa” per il proprio Garmin, unico dato tangibile che gli consentirà di testimoniare sui social le gesta delle sue fatiche. 

Lo step successivo del percorso da amatrice ad agonista è stata la gestione degli infortuni. Una cosa che inizialmente non avevo minimamente previsto o preso in considerazione. A ripensarci, è naturale che all’aumentare del carico di lavoro aumentino le probabilità di infortunarsi. In fondo è una relazione lineare con cui bisogna fare i conti, chi più, chi meno, e un atleta agonista lo sa bene. Ebbene, il mio primo infortunio fu una vera e propria tragedia: “sembra che tu sia appena stata lasciata dal fidanzato”, mi dicevano. Poi l’approccio cambia, da agonista si impara ad accettare il proprio fisico e i propri limiti: quando si cade, poi ci si rialza. È faticoso, sia a livello fisico che psicologico: bisogna fare i conti con un periodo di stop e di sport alternativi, magari anche “odiati”, per cercare di non perdere la condizione. La ripresa è lenta e graduale perchè si inizia a fare i conti con dolori e sensazioni “di assestamento” mai provati prima. Molte volte frustrante perchè il tuo fisico ti limita e tu non riesci ad esprimerti come vorresti, ma se l’amore per la corsa è vero e la motivazione è alta, grandi o piccoli siano gli obiettivi, chiunque è in grado di tornare in carreggiata, se ha la testa di un’agonista.

Il periodo di astinenza invece rimane tale anche da agonista: le prime settimane sono difficilissime, ma credo che sia proprio una questione fisiologica. Tutti i runner e gli sportivi alla fine si “nutrono” e sono assuefatti dalla sensazione data dalle endorfine sprigionate durante l’attività fisica. E la corsa è tra quelle che ne rilascia maggiormente. Ma anche questo tempra l’animo dell’atleta.

Infine, la preparazione atletica e le tabelle dell’allenatore. Da amatore (ovviamente l’amatore “che ci crede”) si attiene alla tabella/programma di allenamento come fosse la BIBBIA. Non ci si può discostare di una virgola da quello che l’allenatore indica in tabella. Non importa quanto tu sia stanco, quanto le condizioni metereologiche siano avverse, quanto poco tempo si abbia a disposizione e quindi a quale orario improponibile tu ti debba allenare: se nella tabella ci sono segnati 10km + allunghi, tu devi fare 10km + allunghi. Altrimenti, pensa l’amatore, tutto il lavoro sarà stato inutile. Nel momento invece in cui si diventa consapevoli non solo di essere degli atleti, ma si tiene anche in considerazione di essere delle persone umane, tutte diverse le une dalle altre, si è in grado di valutare la propria condizione fisica per attenersi e discostarsi dalla tabella. Il che non significa non ascoltare l’allenatore o non prendere seriamente gli allenamenti assegnati, ma ascoltarsi e ascoltare le sensazioni fisiche e psicologiche del momento. Essere coscienti che non tutti gli allenamenti possano essere affrontati al meglio e che alcune volte sarà necessario accontentarsi di un risultato peggiore di quello desiderato, che rappresenterà comunque un tassello fondamentale nella preparazione. Insomma, si arriva all’ACCETTAZIONE del fatto che a volte sarai l’ultimo del tuo gruppo di allenamento, ma risulterà più utile essere ultimi se inseriti di in un gruppo di medio-alto livello (gli agonisti), piuttosto che primi in un gruppo di “tapascia” (su questo aspetto io ci sto ancora lavorando!!).

La strada dunque da amatrice ad agonista è una strada lunga e tortuosa, piena di “gioie e dolori”, ostacoli e limiti da superare. Analizzando questo percorso effettivamente posso constatare che non è da tutti, cosa che avevo sempre dato per scontata: allenarsi con continuità è un impegno e un sacrificio, da prendere con serietà e costanza, spinti da una forte passione e motivazione. Ognuno ha la sua: temprarsi fisicamente e psicologicamente, raggiungere un certo obiettivo cronometrico, partecipare ai campionati regionali/italiani, essere migliore in qualcosa, sentirsi bene con se stessi. E solo chi ha la testa da agonista lo capisce.

È come quando stai correndo l’ultima ripetuta (ad esempio l’ottavo 1000 in pista), stai facendo una fatica disumana e senti una forza esterna che al posto di spingerti in avanti, ti tira indietro... poi in lontananza senti urlare “FACILE” dal tuo allenatore. E pensi che non ci sia assolutamente nulla di facile in quello che stai facendo, ma che se ci credi davvero al traguardo ci arrivi e dopo è bellissimo. E che forse puoi arrivare ultimo tra gli agonisti, ma dietro ci sarà sicuramente molto più lavoro e una crescita personale maggiore che per arrivare primo tra gli amatori.

 




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